«Nacque così un autore consapevole non solo di quanto la sua vita interiore gli dettava, ma del confuso rumore che gli giungeva dall'esterno, e l'ironia era l'unico mezzo per tenergli fronte. Questa partecipazione ai fatti e misfatti della vita attuale non sarà mai tale, tuttavia, da farlo rinunciare al potere della parola.
[...]
Beninteso, non si tratta di facile concessione all'uso che i più riserbano ad essa. Su questo punto, una poesia superba come "Al verbo", con cui si chiude il volume Dediche (1982), è sintomatica per i sottintesi morali che potremmo attribuire alla poetica di Fasani. Ci si avvede che egli non saprebbe rigettare sino in fondo e per sempre l'uso della parola, senza rinnegare la sua storia millenaria e la poesia che resta implicitamente affidata ad essa. Perciò l'augurio, anzi il dovere che il poeta formula per sé e per tutti, è che, dopo aver compiuto la prima "operazione", quella del rifiuto, al poeta speri il compito di "raccogliere quanto ha gettato,/ pulirlo dal fango, accorgersi con stupore/ che tiene in mano un seme...". Il seme che darà un senso alla seconda vita della parola. Per Fasani – e inutile sottolinearlo – questo gesto di "ripulitura" rappresenta un momento essenziale nella lotta che ingaggiamo tutti i giorni contro la menzogna e l'uso artificiale della parola» (dalla prefazione di Giacinto Spagnoletti)