La critica novecentesca intorno ai miti di fondazione delle nazioni e delle civiltà storiche sì è distinta per un approccio ideologico alla questione delle origini, volto a metterne in evidenza le implicazioni violente e dunque a rigettarne il sentimento positivo che poteva scaturirne su un piano puramente immaginativo e affettivo1.
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Cosa vale, ci sì chiede, sentirsi felici di appartenere ad una nazione, se la stessa idea dì nazione si nutre di miti di origine fondati sulla persecuzione e sull'omicidio altrui? Questa critica di denuncia ha avuto un grande rilievo sul piano teorico e si basa su una concezione evoluzionistica dell'uomo e della società, i quali da un primitivo e semi-bestiale stato di violenza si sarebbero evoluti e continuerebbero ad evolversi verso un sempre maggiore e più razionale stato di umanità non-violenta. Ciò avverrebbe anche attraverso una decostruzione del mito come categoria del pensiero, e un costante esercizio di disincanto progettuale nei confronti di una realtà da plasmare secondo ideali razionali.
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PAVU1@Università Pavia. Biblioteca di Studi Umanistici